Documento di presentazione del Tavolo nazionale dei coordinamenti e delle
reti regionali della danza contemporanea
presentato il 29/4/07 in occasione della Giornata Mondiale della Danza
Cappella Orsini - Roma
Negli ultimi anni le compagnie, le associazioni e i gruppi attivi nel campo
della danza e delle arti contemporanee del movimento hanno iniziato ad aggregarsi
in coordinamenti e reti regionali.
Per prima è nata ADAC Toscana – Associazione Danza Arti Contemporanee
– e poco dopo il Co.R.D.I.S – Coordinamento Regionale Danza in Sardegna. Proprio
su stimolo di quest'ultimo due anni fa si sono avviati i primi tavoli di confronto
interregionale intorno ai temi delle politiche culturali per il sostegno e la
diffusione della danza.
Sono poi nati la LIACOS – libera associazione dei coreografi siciliani e la
rete ANTICORPI che racchiude al suo interno i maggiori programmatori di danza
contemporanea dell'Emilia Romagna, e di seguito altre regioni hanno intrapreso
il medesimo percorso.
Ogni rete di soggetti nasce da presupposti ed esigenze molto diverse, ma rispecchia
la volontà di individuare obbiettivi comuni che prescindano dalle naturali
differenze. Ad oggi il movimento, raccolto in un tavolo nazionale dei coordinamenti
e delle reti, annovera dodici regioni tra cui i gruppi già consolidati
di Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Sardegna, Sicilia e quelli
in via di costituzione di Trentino, Veneto, Liguria, Umbria, Lazio e Puglia.
In tutto le realtà rappresentate dal tavolo nazionale sono circa 130
tra compagnie, singoli coreografi e programmatori di cui 15 riconosciute dal
MIBAC e circa 30 riconosciute dalla diverse Amministrazioni Regionali. Un numero
sorprendente di aggregazioni, nate in modo spontaneo, che viene a costituire
oggi l'entità più rappresentativa della danza in Italia. Una dimostrazione
di quanto sia urgente individuare soluzioni concrete alla situazione di insostenibile
difficoltà in cui è costretta ad operare.
Quello che sta nascendo non è un sindacato o un'associazione di categoria.
E' un movimento che intende collaborare con tutti quelli che credono che il
sistema italiano delle attività culturali debba trasformarsi in un sistema
aperto, in un sistema capace di fare incontrare ad un pubblico ampio le
migliori risorse umane e intellettuali che il nostro paese esprime, indipendentemente
dalla disciplina che praticano e dalla generazione di appartenenza.
Ciò che auspichiamo insomma è che il sistema delle attività
culturali si trasformi in un terreno fertile nel quale, senza discriminazioni,
le piante migliori
possano crescere e prosperare, perché questo è nell'interesse
di tutti: dello Stato, dei cittadini e degli artisti.
Noi quindi non rivendichiamo garanzie o tutele, poiché le certezze dell'uno
implicano automaticamente l'emarginazione dell'altro. Al contrario vogliamo
un sistema che garantisca ora e in futuro a tutti la possibilità di confrontarsi
alla pari sul piano della qualità del progetto artistico, senza handicap
o privilegi di alcun tipo. Riteniamo che questo obiettivo possa essere perseguito
solo considerando le attività culturali in tutto e per tutto come un
servizio pubblico, anteponendo dunque l'interesse collettivo a quello dei singoli
operatori. Il sistema attuale infatti, strutturalmente fondato sulle più
o meno grandi sicurezze delle strutture sovvenzionate, ha dimostrato la sua
totale incapacità di creare un numero ragionevole di occasioni di incontro
fra pubblico e spettacoli, a tutto svantaggio della crescita degli artisti e
della legittima aspettativa della collettività di vedere il frutto del
suo investimento. Ciò che al contrario occorrerebbe invece è che
a tutti i cittadini, anche a quelli del sud e a quel 60% di italiani che non
risiedono nei grandi centri urbani, sia garantita la massima accessibilità
al più grande numero possibile di programmazioni della massima qualità.
E' fondamentale che le attività culturali siano un sistema capillare,
fluido, pluralista e capace di adattarsi via via al mutare dei tempi.
Non sono i numeri il solo parametro per misurare l'efficacia di una politica
culturale, quantomeno non i soli numeri delle presenze di spettatori e incassi
al botteghino. Ciò che occorre alla società non sono grandi eventi
e adunate di piazza. Ciò che occorre è una cittadinanza informata,
consapevole e critica, in grado di partecipare in modo cosciente al processo
democratico e questo si può ottenere solo attraverso una riqualificazione
dei processi formativi ed un'offerta culturale diffusa che raggiunga davvero
tutti i cittadini.
Visti gli scarsi risultati ottenuti in questo senso negli ultimi decenni occorre
dunque avere il coraggio e la fantasia di riprogettare il sistema dello spettacolo,
prescindendo da logiche rivendicative o corporative.
L'obiettivo deve essere l'aumento significativo delle presenze degli spettatori,
attraverso modalità di offerta nuove, modulate sulle dinamiche sociali
dei tempi che stiamo vivendo, non sul perpetuarsi acritico di modelli obsoleti.
Nell'era della comunicazione la funzione ed il ruolo sociale delle attività
culturali è del tutto diverso da quello che rivestivano prima dell'avvento
del cinema, della televisione e di internet. E' su questa constatazione che
è indispensabile fondare un ragionamento che tenti di delineare gli scenari
del futuro.
Le attività culturali agiscono per loro natura su scala locale innescando
meccanismi di socializzazione che presuppongono la presenza fisica dei fruitori.
Devono quindi essere considerate sia come insostituibile elemento di arricchimento
del pensiero collettivo, sia come fattore di rieducazione
all'aggregazione pensante; come un antidoto naturale alla solitaria fruizione
culturale domestica indotta dai media. Di qui la loro importanza anche come
fattore di democrazia.
Il modo in cui funzionano le cose oggi in Italia è peggio che pessimo.
Le realtà che costituiscono questo Tavolo nazionale sono tante, operano
in luoghi molto diversi d'Italia e ne sono tutte profondamente convinte. Ad
un sistema strutturato in piccole e grandi nicchie di privilegio si associa
infatti un'incomprensibile tendenza alla concentrazione delle risorse sulle
grandi strutture, sui grandi eventi, sulle adunate di piazza dei grandi centri
urbani. La giusta tendenza a limitare le sovvenzioni a pioggia non può
e non deve però portare a creare abnormi concentrazioni di risorse e
potere. La strutturale inutilità dei circuiti regionali, che d'arbitrio,
dai capoluoghi regionali disseminano spettacoli ad alta digeribilità
in teatri altrimenti chiusi - e quindi del tutto avulsi dalla vita sociale dei
luoghi - è la riprova di questo.
Ciò che oggi manca non sono gli interventi dirigistici, ciò che
manca è un sistema organico che favorisca la maturazione di programmatori
e operatori culturali capaci di fare crescere il pubblico localmente.
Lo scopo dell'investimento pubblico non può infatti limitarsi ad essere
quello di riempire di spettatori i teatri, le piazze o quello di guadagnare
con ogni mezzo visibilità sui media con progetti di facile comunicabilità,
lo scopo deve essere quello di riempire i cuori e le menti degli spettatori
del pensiero che anima il lavoro degli artisti e questo non può che avvenire
attraverso la continuità e la pervasività della proposta. I grandi
eventi sono dannosi perché prima e dopo di essi c'è il deserto
e alimentano la superficiale convinzione che fra qualità e grandi numeri
vi sia una relazione diretta.
Per questo riteniamo urgente uno sforzo creativo collettivo in direzione di
un sistema delle attività culturali nuovo, non solo sul piano normativo,
ma anche su quello ideale: la concezione stessa del sistema delle attività
culturali dovrebbe innovarsi.
Elencare tutte le carenze ed i malfunzionamenti di oggi sarebbe lungo e poco
comprensibile per chi non ha esperienza diretta delle devastanti implicazioni
pratiche del combinarsi e del sommarsi delle singole disfunzioni. Preferiamo
dunque affrontare il problema riportando alcune delle analisi e delle ipotesi
nate nel corso del dibattito che si sta svolgendosi all'interno dei coordinamenti
e del Tavolo nazionale. Abbiamo insomma ritenuto opportuno in questa sede non
ragionare in termini migliorativi a partire dalle normative vigenti, perché
questo è ciò che intendiamo iniziare a fare da domani nelle sedi
istituzionali, ma di prescinderne completamente per provare a delineare uno
scenario ideale che provi a rispondere alle nostre aspirazioni di cittadini
competenti. Proposte che partono dalla danza ma che, per ragioni che risulteranno
evidenti nel corso dell'esposizione, sono rivolte a chiunque sia interessato
a confrontarsi sulla funzione e sugli scopi dell'intervento pubblico a sostegno
delle attività culturali.
Quanto segue va dunque considerato come un'enunciazione di principi utile soprattutto
a definire la nostra identità e un contributo di idee al dibattito che
porterà, ci auguriamo molto presto, ad una nuova legge per lo spettacolo.
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Il fine della spesa dello Stato nelle attività culturali non è,
né deve essere, quello di sostenere le aziende del settore in quanto
tali. E' giusto invece che lo Stato sostenga le arti perché questo genera
un beneficio per tutta la collettività, beneficio tanto maggiore quanto
più diffusa e di alta qualità è l'offerta artistica. In
questo modo si lavora per una società migliore, si valorizzano adeguatamente
gli artisti e al tempo stesso si creano i presupposti affinché la produzione
culturale nazionale possa avere maggiore penetrazione sul mercato internazionale.
Oggi purtroppo, contrariamente a ciò che probabilmente credono i non
addetti ai lavori, non esiste un meccanismo di selezione che fa sì che
si incontrino nei teatri gli spettacoli di migliore qualità. Questo anche
a causa della caoticità di un sistema che per ogni genere dello spettacolo
riconosce e sovvenziona numerose diverse tipologie di strutture produttive,
distributive, di promozione e di programmazione. Lo Stato dovrebbe dunque innanzitutto
razionalizzare le tipologie di strutture che possono accedere alla sovvenzione
pubblica.
Oggi in Italia ottenere la sovvenzione spesso equivale ad essere assunti dallo
Stato a tempo indeterminato, si diventa illicenziabili e nessuno più
si preoccupa davvero di cosa effettivamente si fa, purché, almeno sulla
carta, si faccia tanto. Nessuno controlla veramente neppure se l'attività
viene
davvero svolta e meno che mai la sua qualità. Eppure, se c'è un
settore che ha senso sia mantenuto dalla collettività solo se in grado
di garantire la più alta qualità, questo è proprio quello
delle attività culturali.
La totale mancanza di indirizzo degli ultimi decenni ha invece aperto le porte
dei palcoscenici più prestigiosi alle soubrettes e ai personaggi televisivi
più impresentabili e contemporaneamente non ha saputo contenere le pretese
di enti e fondazioni teatrali che si sono rapportate con la politica, a
seconda delle convenienze contingenti, come aziende private o come sindacati
pretendendo, e spesso ottenendo, la legittimazione di sperperi enormi, in sostanziale
contraddizione con l'interesse collettivo.
E' stato insomma portato a sistema il fatto che i rapporti di potere valgano
più delle opere e questo ha fatto sì che alcuni settori ed intere
generazioni siano oggi del tutto marginali, indipendentemente dai loro demeriti.
Uno di questi è la danza, oggi così disastrata da rendere difficile
immaginarne una ripresa. Sarebbe semplicistico infatti pensare che la sola immissione
di denaro all'interno del settore possa risolvere il problema. Non è
la benzina quello che consente ad una vettura guasta di riprendere a funzionare.
Per riprendersi la danza oggi dovrebbe, non solo accrescere, ma moltiplicare
svariate volte e per lungo tempo le risorse disponibili ma questo, nel sistema
attuale, non farebbe altro che indurla ad arroccarsi a sua volta in un fortino
inespugnabile. Nello scenario dell'arte di oggi, così intrinsecamente
multidisciplinare, non avrebbe d'altronde senso invocare il soccorso di un settore
dello spettacolo senza porsi innanzitutto il problema di come moltiplicare le
sue opportunità di incontrare il pubblico.
La danza ha bisogno di potere accedere a più risorse, ma soprattutto
ciò che le occorre è la possibilità di misurarsi e competere
ad armi pari con gli altri generi dello spettacolo nel merito artistico. Soltanto
la distrazione può indurre a credere che la società italiana in
quanto tale esprima una
maggiore domanda di prosa o di lirica che di danza. In ambiti che, come le attività
culturali, si reggono interamente su contributi pubblici, è l'offerta
a generare la domanda e non il contrario. Quanti ricorderebbero chi è
Verdi se la lirica negli ultimi quarant'anni avesse potuto contare solo su un
quarantesimo delle risorse di cui invece ha beneficiato e in tutta Italia ci
fosse stato un unico conservatorio? Di quale attenzione godrebbe chi oggi, a
partire da quelle condizioni, invocasse un rilancio del bel canto?
La danza italiana infatti in termini di intelligenza e qualità progettuale
ha poco da invidiare, sia alle altre forme di spettacolo, sia alla danza di
paesi in cui percepisce molta più attenzione e sostegno. Se il pubblico
potesse vederne di più, sarebbe messo nelle condizioni di giudicare da
sé.
La rigida settorialità della normativa attuale è un anacronismo
che limita lo sviluppo delle attività culturali in quanto, assicurando
privilegi ad alcuni settori, impedisce che sulle scene siano presentate le opere
migliori.
Potrebbero i teatri stabili di ogni ordine e grado confrontarsi alla pari sul
piano della qualità con le produzioni delle compagnie non sovvenzionate?
A quale prezzo dovrebbero vendere i loro spettacoli e a quanti teatri per ammortare
gli attuali costi di produzione?
L'obiettivo per il futuro dovrebbe essere quello di fare sì che siano
valorizzati momento per momento i settori e gli autori più vitali, e
questo non potrebbe che creare una maggiore fiducia del pubblico nella qualità
delle programmazioni. Se un artista o una compagnia lavora bene e riesce ad
avere l'attenzione dei programmatori, qualsiasi sia il suo ambito di riferimento,
è giusto che possa guadagnare e
reinvestire i guadagni in future produzioni o sulla sua struttura.
Una riforma dello spettacolo che intenda eliminare gli sprechi e mirare alla
qualità delle opere dovrebbe dunque partire da un'idea unitaria di arti
performative, intendendo con questo un'area che include la lirica, la prosa,
la danza, le arti visive, mediali e la musica in tutte le sue declinazioni.
Non esistono infatti più da molto tempo, almeno per quanto riguarda la
creatività contemporanea, confini oggettivamente demarcabili fra tutte
queste discipline.
Ciò che occorre quindi è un'unica normativa che abbia due soli
indirizzi:
1) il sostegno al sistema della ricerca (poiché l'arte è innovazione
e dove non c'è innovazione non c'è arte);
2) il sostegno alla conservazione del patrimonio artistico del passato.
Ferma restando l'assoluta necessità di regolamentare la formazione e
di attivare un efficiente supporto alla diffusione delle opere all'estero.
Tutto ciò che non rientra in queste categorie, non svolgendo una funzione
di pubblica utilità, dovrebbe cercare le risorse per la propria sussistenza
al di fuori dei fondi pubblici per la cultura.
Oggi la situazione per chi non è al riparo di un'istituzione è
drammatica, in balia di una politica troppo sensibile alle lusinghe dell'investimento
su grandi eventi e strutture pletoriche e troppo poco interessata invece, sia
alla valorizzazione dei talenti che il nostro paese continua ad esprimere, sia
al fatto che a tutti gli italiani sia concretamente offerta l'opportunità
di accedere ad un'offerta culturale di qualità.
Il sistema culturale italiano tratta gli artisti come giovani emergenti fino
oltre i quarant'anni, e questo, in particolare nella danza, è un assurdo,
uno spreco di risorse umane che il paese non può e non deve permettersi
se vuole essere in grado di competere in ambito artistico a livello internazionale.
Entrando nel merito dei problemi specifici della danza è evidente a chiunque
quanto le sovvenzioni attribuite dal Ministero per i Beni e le Attività
Culturali delineino una scala di valori che nulla, ma proprio nulla, ha a che
fare con i valori effettivamente espressi sul campo dalle compagnie e dagli
autori. Il dato è talmente condiviso da non rendere neppure necessario
l'entrare nel merito.
Il disastro della danza però non discende solo dallo scarso interesse
dei funzionari, dall'incultura, dalla discutibile trasparenza o dalla non terzietà,
di molte delle persone che in questi decenni hanno fatto parte della commissione
incaricata del riparto delle sovvenzioni. Il problema è nel principio
su cui si fondano le stesse leggi che intendono sostenerla.
Lo Stato italiano ha dimostrato nell'arco degli ultimi decenni di non essere
oggettivamente in grado di assumersi il compito di valutare in modo attendibile
il valore artistico e la capacità gestionale delle compagnie. Per fare
questo ci vorrebbe un'organizzazione statale e una civiltà amministrativa
che il nostro paese non ha.
Negli ultimi trent'anni non è stato raggiunto nessuno degli obiettivi
che la legge intendeva perseguire, primo fra tutti la diffusione dalla danza
nel tessuto sociale. La strutturale immobilità di un sistema che non
prevede alcun rilevante sostegno alla domanda, ma unicamente sovvenzioni alle
compagnie, fa infatti sì che possano essere programmati solo i lavori
delle compagnie che percepiscono sovvenzioni, indipendentemente dalla qualità
delle opere che propongono. Questo impedisce qualsiasi corretta concorrenza,
consentendo alle compagnie sovvenzionate di offrire i loro spettacoli a prezzi
stracciati e precludendo così ogni possibilità di inserimento
nel mercato a tutti quei giovani che oggi hanno la fondata certezza di non potersi
più inserire in un sistema di sovvenzioni in cui l'anzianità,
l'adesione all'AGIS, i rapporti personali con politici di spicco contano di
fatto più di ogni altra considerazione. Non è casuale che moltissimi
gruppi giovani – e non solo - oggi non facciano neppure domanda.
Il nostro paese non si può privare della spinta creativa delle nuove
generazioni per garantire una tranquilla vecchiaia ad artisti che da tempo hanno
smesso di produrre lavori interessanti, il che vale anche per i programmatori,
da decenni sempre gli stessi. Ma quand'anche le scelte delle commissioni fossero
le migliori, questo non garantirebbe la circolazione degli spettacoli migliori.
Il meccanismo di valutazione attuale non è infatti in grado di intervenire
se non a posteriori mentre la vita degli spettacoli è breve. Si finirebbe
insomma sempre per premiare chi in un passato, anche recente, ha fatto un buon
lavoro e non chi lo sta facendo in quel momento.
Sarebbe inoltre opportuno mettere a punto meccanismi di verifica della competenza
dei programmatori e meccanismi che ne favoriscano il ricambio generazionale.
Pochi fra loro sono consapevoli del fatto che quello che viene definito danza
è un ambito assai vasto all'interno del quale convivono modalità
ed approcci estetici decisamente variegati, esattamente così come accade
per la musica. Allo stesso modo sono pochissimi quelli consapevoli, in questo
accomunati alle commissioni ministeriali, della radicale differenza, in termini
culturali, economici e produttivi fra una compagnia di balletto, una di musical
ed un organico che ha come riferimento le poetiche della danza contemporanea,
che oggi spaziano dal tanztheater alla performatività concettuale.
Una seria riflessione su un nuovo assetto per le attività culturali non
può però non toccare il problema degli spazi in cui queste avvengono,
sia sotto il profilo della funzionalità, sia sotto quello economico.
L'Italia possiede infatti uno straordinario patrimonio architettonico di teatri
nati fra la metà del '700 e i primi del '900, una ricchezza storica ed
architettonica che non ha eguali in nessun'altra parte del mondo, il che, oltre
ad essere una risorsa, comporta per la collettività un costo ingente.
La semplice apertura di un teatro all'italiana comporta infatti costi elevati
per il riscaldamento e l'illuminazione, costi elevati per il personale di sala
e le molte manutenzioni, costi elevati per il rispetto delle norme di sicurezza,
costi tecnici e di allestimento elevati per il tipo di palcoscenico e per la
sua distanza dalla sala. Il risultato è che molto spesso il complesso
delle spese determinate dalla struttura supera di molto il costo dello spettacolo
che vi viene presentato. Questo fa sì che l'incasso venga ad essere una
componente del tutto irrilevante nell'economia delle programmazioni, soprattutto
quando, come molto spesso avviene, parecchi posti in sala restano vuoti. La
cornice insomma spesso costa più del quadro che contiene. E' dunque doveroso
chiedersi se non esista modo di utilizzare più razionalmente le risorse
disponibili per le programmazioni.
Una risposta efficace soprattutto per quanto concerne la produzione contemporanea,
potrebbe essere la creazione di luoghi polifunzionali e multidisciplinari nei
quali coesistano attività di programmazione, di formazione qualificata,
di produzione; luoghi che abbiano anche spazi destinati all'aggregazione e alla
socialità. Luoghi che siano anche sedi di residenze stabili per gli artisti
ed in cui la coesistenza di diverse attività generi un'economia di scala
che consenta un drastico abbattimento dei costi strutturali. Alla creazione
dei luoghi dovrebbe accompagnarsi lo sviluppo di una rete tra essi. Un piano
di investimenti per la realizzazione di nuovi spazi per l'arte concepiti nell'ottica
dell'ottimizzazione dei costi dovrebbe, inoltre, prevedere sistemi di produzione
di energia rinnovabili.
Programmare in spazi dai costi di gestione contenuti e progettati in funzione
di una modalità di fruizione più conforme alle esigenze odierne
potrebbe liberare notevoli risorse per le effettive spese artistiche. Luoghi
di questo tipo, soprattutto se progettati anche come luoghi di incontro, favorirebbero
maggiori consumi culturali e dinamiche di osmosi fra pubblici ora abituati a
identificarsi con specifici generi dello spettacolo.
Per concludere, riepilogando sinteticamente, un progetto di riforma dello spettacolo
che miri ad adeguare le modalità dell'offerta alle dinamiche sociali
odierne potrebbe basarsi su tre elementi:
1. approvazione di una normativa unica (senza clausole di tutela per alcun settore)
che regoli tutte le attività performative dalla lirica alla musica, alla
prosa, alla danza, alle forme performative ibride, alle arti mediali.
2. intervento dello Stato solo a sostegno: a) della creazione artistica contemporanea;
b) della conservazione del patrimonio artistico del passato.
3. creazione di una rete capillare di nuovi spazi polifunzionali per la performatività
e l'arte contemporanea con vocazione produttiva, didattica e di programmazione
che siano centri di aggregazione con un forte radicamento territoriale.
Ferma restando l'assoluta necessità di regolamentare la formazione e
di attivare un efficiente supporto alla diffusione delle opere all'estero.
In ragione della grande rappresentatività della struttura cui stiamo
dando vita chiediamo con forza che fin da domani nostri rappresentanti siano
presenti in tutte le sedi in cui vengono discusse le normative dello spettacolo,
in particolare chiediamo che si apra un tavolo di concertazione permanente con
il MIBAC e chiediamo audizioni presso le Commissioni Cultura della Camera e
del Senato per potere offrire il nostro contributo alla definizione del nuovo
assetto normativo.
Comunicato stampa
Roma, 30 aprile 2007
Il 29 aprile presso la Cappella Orsini, a Roma, in occasione della Giornata
Mondiale della Danza, ha avuto luogo la conferenza di presentazione del Tavolo
Nazionale dei Coordinamenti e delle Reti Regionali della Danza Contemporanea
alla presenza di rappresentanti politici, sindacali e del mondo della cultura.
L'incontro si è aperto con l'intervento di Giovanna Velardi, promotrice
dell'incontro, che ha velocemente illustrato il percorso che ha portato alla
costituzione del Tavolo Nazionale. Ha fatto poi seguito la lettura del documento
elaborato dalle 12 realtà regionali che lo costituiscono.
In seguito sono intervenuti:
MINISTERO DEI BENI
E DELLE ATTIVITA' CULTURALI
Commissario della commissione consultiva danza
Luciano Meldolesi
ASSESSORATO ALLE
POLITICHE CULTURALI REGIONE LAZIO
G.Rodano
CO-DIREZIONE FESTIVAL
DI SANT'ARCANGELO
P. Ruffini
SINDACATI
Silvano Conti ( Segreteria nazionale SLC-CGIL)
Natale Rossi ( Consiglio di Presidenza Unsa- UIL)
UNIVERSITA' ROMA
TRE
Prof. Guido Traversa (Bioetica Roma tre)
Il susseguirsi degli interventi ha messo in evidenza la novità che un'aggregazione
di questo tipo viene a costituire nel panorama dello spettacolo italiano, sia
per il forte radicamento territoriale, sia per la notevole consistenza numerica.
Il Tavolo dei Coordinamenti e delle Reti Regionali della Danza Contemporanea
fin dalla sua costituzione infatti fin dalla sua costituzione è l'organismo
più rappresentativo della danza in Italia. Ad oggi unisce i raggruppamenti
di12 regioni: Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto, Liguria, Emilia Romagna,
Toscana, Umbria, Lazio, Puglia, Sardegna e Sicilia e rappresenta oltre 130 soggetti
tra compagnie, coreografi, danzatori e operatori del settore, riunitisi con
lo scopo di stabilire un dialogo serio, costruttivo e continuativo con le istituzioni
riguardo alle normative che regolamentano lo spettacolo dal vivo in Italia.
Il documento cui è stata data lettura si fonda sulla premessa che oggi
i problemi dello spettacolo non siano dovuti essenzialmente alla grave carenza
di risorse, ma che siamo invece in presenza di una crisi di sistema e si imponga
quindi un radicale ripensamento di tutto il meccanismo legislativo. Il documento
si è concluso con una proposta che individua tre punti cardine:
1. approvazione di una normativa unica (senza clausole di tutela per alcun settore)
che regoli tutte le attività performative dalla lirica alla musica, alla
prosa, alla danza, alle forme performative ibride, alle arti mediali.
2. intervento dello Stato solo a sostegno: 1) della creazione artistica contemporanea;
2) della conservazione del patrimonio artistico del passato.
3. creazione di una rete capillare di nuovi spazi polifunzionali per la performatività
e l'arte contemporanea con vocazione produttiva, didattica e di programmazione
con un forte radicamento territoriale che siano anche centri di aggregazione
sociale.
Pur non entrando nel merito i relatori hanno segnalato l'assoluta necessità
di regolamentare la formazione e di attivare un efficiente supporto alla diffusione
delle opere all'estero.
Il documento è
stato accolto molto positivamente da un pubblico numeroso e molto partecipe
e dai relatori, che hanno più volte sottolineato la novità della
proposta e la sua potenziale forza in questo particolare momento politico, caratterizzato
da una forte volontà riformatrice.
In particolare è stata condivisa la necessità di affrontare il
problema dello spettacolo dal vivo nel suo complesso, con un approccio che non
contempli più confini di genere, in quanto non più in grado di
rappresentare la realtà artistica odierna. Più volte inoltre è
stata evidenziata la necessità che questi contenuti, largamente condivisi
dai presenti, diventino oggetto di un confronto diretto e continuativo con le
istituzioni.